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Pluribus – Recensione completa Stagione 1 (Apple TV+)

Recensione completa della prima stagione di Pluribus su Apple TV+. Una distopia gentile dove l'orrore arriva con sorrisi sinceri e armonia sociale. Analisi approfondita con spoiler.

Premessa: la felicità come apocalisse

"La persona più infelice del mondo deve salvare il mondo dalla felicità." È una logline che suona come una battuta, e invece è il grimaldello perfetto per aprire la nuova ossessione di Vince Gilligan: una distopia "gentile" dove l'orrore non arriva con sangue e macerie, ma con sorrisi sinceri, armonia sociale, assenza di conflitto.

In Pluribus la minaccia non è tanto la morte, quanto la fine dell'attrito umano: il desiderio, l'ambivalenza, la rabbia, la gelosia, la malinconia — tutte quelle crepe che ci rendono individui. La serie immagina un contagio (o un'"invasione" in forma nuova) che rende le persone felici, collaborative, "unite", fino a suggerire l'idea di una mente collettiva. Il risultato è inquietante proprio perché è seducente: se il mondo smettesse di litigare… non sarebbe, in fondo, un bene?

Gilligan costruisce l'intera stagione su questa domanda, senza risposte facili, e senza mai trasformare il concept in un semplice giocattolo sci-fi.

Struttura e ritmo: un "slow burn" che sa essere cattivo

La prima cosa da accettare è che Pluribus non corre. La stagione (9 episodi) è pensata come un crescendo di sensazioni: straniamento → curiosità → inquietudine → panico morale.

E lo fa con un ritmo che ricorda The Twilight Zone più che la meccanica da cliffhanger da binge: episodi che sembrano parabole, deviazioni quasi autoconclusive, momenti di quotidiano distorto dove la regia insiste su dettagli "normali" che diventano improvvisamente minacciosi.

È un rischio enorme (e Gilligan lo sa): parte del pubblico lo vivrà come ipnotico, parte come "troppo lento". Ma quando la serie decide di stringere la presa — soprattutto nella seconda metà — si capisce che quel tempo era necessario: Pluribus vuole farti sentire quanto sia facile cedere a un mondo più semplice.

Carol Sturka: una protagonista controintuitiva (e per questo perfetta)

Rhea Seehorn è il cuore pulsante della stagione. Interpreta Carol Sturka, autrice di romanzi rosa e creatura emotivamente irregolare: ironica, ferita, impulsiva, a tratti insopportabile — e proprio per questo umana.

La scelta di una protagonista "inadatta" è la trovata più intelligente della serie: in un mondo che si appiattisce in armonia, Carol è una scheggia che non si integra. Non è l'eroe morale, non è la scienziata geniale, non è la guerriera. È una persona che resiste anche quando non sa bene perché — e spesso resiste male.

Seehorn gioca su micro-espressioni e tempi comici che diventano drammatici senza cambiare registro: un sorriso trattenuto può sembrare un gesto d'amore o un segnale di resa. È una performance che regge anche quando la sceneggiatura decide di essere criptica.

I personaggi intorno: Zosia e Manousos come forze opposte

La stagione si regge su una tensione triangolare:

Zosia è l'ambiguità fatta persona: dolcezza, attrazione, promessa di pace… e un senso costante di manipolazione. (Il rapporto con Carol è una delle idee più destabilizzanti dell'anno, perché ti costringe a chiederti se l'intimità possa essere anche un cavallo di Troia.)

Manousos rappresenta invece la resistenza "razionale", ossessiva, a volte brutale: la convinzione che la libertà valga qualsiasi prezzo, anche diventare mostri pur di non essere "uniti".

Il bello è che la serie non ti permette di scegliere comodamente: la mente collettiva è terrificante, sì, ma anche la resistenza può diventare fanatismo. Pluribus è piena di personaggi che, messi alle strette, scoprono che la morale è un lusso.

Temi: autonomia, solitudine, consenso

La stagione 1 è una riflessione insistente su tre idee:

Autonomia vs. benessere

Se la felicità è garantita ma ti costa l'io, è ancora "felicità"? O è anestesia?

La solitudine come vulnerabilità

Carol è resistente anche perché è sola: l'isolamento la rende impermeabile alla seduzione della collettività, ma la rende anche affamata di contatto. Ed è lì che la serie fa più male: quando capisci che "unirsi" può sembrare una cura.

Consenso e manipolazione

Il punto più inquietante di Pluribus è che molte persone accettano. Non vengono solo conquistate: scelgono un mondo senza dolore.

Messa in scena: un'Apocalisse pulita

Esteticamente, Pluribus evita il cliché del post-apocalittico sporco. Il mondo appare spesso luminoso, ordinato, quasi accogliente — e questo è il suo horror. La regia (con contributi anche di Gilligan e altri nomi importanti) lavora su simmetrie, quiete innaturale, sorrisi troppo lunghi.

È una serie che ti inquieta non con lo shock, ma con la sensazione che qualcosa "non quadri", come quando entri in una stanza e tutti smettono di parlare.

Accoglienza critica: quasi unanimemente entusiasta

La stampa anglofona l'ha trattata come un evento: recensioni molto forti e punteggi altissimi.

Metacritic la colloca in area "Universal Acclaim" con Metascore 87.

Rotten Tomatoes: la stagione risulta in fascia altissima (e in alcune rilevazioni è stata citata intorno al 98% tra le serie più apprezzate dell'anno).

In Italia, diverse recensioni sottolineano proprio la combinazione di "distopia gentile" e disagio crescente.

(Con spoiler) Finale di stagione: quando la serie smette di essere "gentile"

ATTENZIONE: La sezione seguente contiene spoiler sul finale della Stagione 1. Se non vuoi spoiler, fermati qui.

Il nono episodio chiude la stagione con un'accelerazione brutale: la relazione Carol–Zosia, che sembrava una tregua emotiva, si ribalta in rivelazione e tradimento.

La serie chiarisce che "The Others" (o qualunque sia la natura precisa della mente collettiva) non punta solo a conquistare il mondo: punta a riscrivere Carol, a renderla assimilabile, controllabile, trasformabile.

Il colpo di scena più "Gilligan" è che il gesto finale di Carol non è un atto eroico pulito, ma un atto disperato e sproporzionato: tornare con un ordigno nucleare, come se l'unico modo di salvare l'umanità fosse minacciarla.

E qui Pluribus diventa chiarissima su cosa vuole fare nella Stagione 2: non "come si sconfigge il virus", ma quanto può diventare mostruosa la libertà quando è assediata.

Cosa funziona (molto)

  • Concept memorabile, raro per originalità nel panorama sci-fi contemporaneo.
  • Rhea Seehorn: performance da premio, capace di reggere ambiguità e contraddizioni.
  • Tensione morale costante: non ti fa mai stare comodo.
  • Scrittura "paziente": sembra lenta, ma è calibrata per farti scivolare nella seduzione del mondo nuovo.

Cosa può respingere

  • Ritmo deliberatamente non "binge-friendly": alcuni episodi sono più atmosferici che narrativi.
  • Risposte parziali: la stagione 1 apre domande e ne chiude poche (scelta intenzionale, ma non per tutti).

Vale la pena?

Sì, se ti piacciono le serie che ti fanno ragionare e ti mettono a disagio senza urlare. Pluribus è una sci-fi adulta, filosofica, emotiva, e al tempo stesso tremendamente pop (perché parla di una tentazione universale: smettere di soffrire). È il tipo di show che, quando finisce un episodio, ti ritrovi a pensare: "Ok… ma io cosa sceglierei?"

E con quel finale, la domanda diventa ancora più scura.

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